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In una terra dove non si nasce, non ci si può vivere.

Abbiamo imparato a nostre spese che il mondo in cui viviamo è un mondo cinico, ma mai avremmo immaginato che si arrivasse a tanto. Far quadrare il bilancio della sanità abruzzese dopo decenni di ruberie è scandali, è un compito assai arduo, un conto che una società silente per anni, è costretta a pagare, ma quale parte della società paga? E’ presto detto; paga quella parte di società abruzzese che da decenni è vittima consapevole di innumerevoli scempi perpetrati e reiterati, che hanno come fine poco nobile quello del clientelismo, e questo, si sa, si pratica nelle aree maggiormente popolate.
Al diavolo quindi i diritti dettati dalla Costituzione, la magnifica carta concepita per rendere uguali tutti i cittadini, quella che nel suo primo articolo pone le basi della dignità umana, che ripete nel terzo articolo che la dignità è riconosciuta a tutti i cittadini, non facendo differenza fra cittadini di montagna e quelli della costa, oppure tra popolazioni più o meno popolose. Da tempo assistiamo immobili allo svuotamento del significato della parola uguaglianza, prima con il lavoro, poi con il riconoscimento di diritti, oggi è giunto il tempo di negarci qualcosa che mai avremmo immaginato ci venisse negato: Il diritto di dare alla luce i nostri figli in sicurezza, il diritto di vivere una parentesi della vita quale la gravidanza, con la dovuta e necessaria serenità. E fa ancora più male prendere coscienza che si tratta di un “disegno premeditato”, che inizia il suo percorso con l’andata in pensione dell’ultimo responsabile del reparto di Ginecologia ed Ostetricia, Prof. Giuseppe Verrocchi, e mai rimpiazzato, anzi, si fa peggio, lo si sostituisce con il collega del nosocomio sangrino, anch’esso al traguardo della vita lavorativa, lasciando completamente sguarnito il reparto di un’ospedale che può sembrare inutile agli strateghi della sanità regionale, ma che per la comunità montana dell’alto Sangro, rappresentava l’unico avamposto della civiltà di uno stato, e come un cerchio che si stringe, oggi tocca a noi, ultima periferia civile della regione Abruzzo, ultimi nella qualità di servizi, ma primi a pagare per quegli scempi sopra descritti, e questo ha del paradossale.

Qualcuno giocherà con le date, “la Baraldi assicura che la chiusura ci sarà fra 5 anni” (erano 5 anche a Gennaio dello scorso anno quando si decise di formare un comitato di salvaguardia del S.S, Annunziata), poi appare in tv il Ministro Fazio che in assoluta tranquillità espone con incredibile cinismo numeri e date, e la data ultima a sentire appunto, il Ministro, è Ottobre 2012, una cospicua rappresentanza della politica propenderà, appunto, per non creare eccessivo allarmismo vista la distanza temporale della prima data, sarà come dirci “non preoccupiamoci adesso, tanto ci ammazzeranno fra 5 anni”; ma questo malato terminale non ci sta! Le donne di questo territorio non ci stanno, e si mobiliteranno perché esse non sono “diversamente incinte” rispetto alle pari genere delle province di Teramo, Pescara e Chieti, e con esse Padri, Madri, Mariti e figli, perché consentire a chicchessia di permettere che non si nasca più in questo territorio sta a significare decretarne la morte, perché in un territorio dove NON SI NASCE, non si può più VIVERE, e le donne sono portatrici di VITA.
Rosanna Sebastiani

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Posted on giovedì, novembre 3rd, 2011 at 14:18 and is filed under Politica, Salute, Sanità, Senza categoria, Sulmona. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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